Psicologia e Pedagogia
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Il metodo Feuerstein

Migliorare l'intelligenza

di Katia Fontana

Nota di presentazione

Questo contributo vuole essere un passo sulla strada verso nuove esperienze pedagogiche e didattiche consapevoli orientate al miglioramento sostanziale dell’insegnamento scolastico. Tra l’aspetto teorico – generale e quello pratico, si colloca la figura dell’insegnante mediatore, la sua responsabilità, l’aggiornamento e la preparazione che ha raggiunto.

 Sulla metodologia di Reuven Feuerstein
- Intelligenza
- Modificabilità Cognitiva Strutturale
( M.C.S. )
- Esperienza di Apprendimento Mediato
( E.A.M. )
- Ambienti Modificanti
( A.M. )


Introduzione

Affronto il tema della modificabilità cognitiva strutturale secondo la quale ogni individuo, in qualsiasi momento della propria vita, è modificabile sul piano cognitivo; essa afferma che potenzialmente ogni essere umano può rimettersi in gioco nel processo di apprendimento attivando e sviluppando risorse ancora latenti. 
Un tema di grande discussione oggi attorno al quale ci si chiede se la modificabilità sia possibile e se sia scientificamente dimostrabile.
Chi non crede alla modificabilità attribuisce tutte le capacità di un individuo al genoma per dimostrare che l’<intelligenza> viene ereditata. In questo caso il quadro che si propone è quello di una intelligenza fissa, immutabile, che non può essere cambiata. Per le generazioni future solo le persone intelligenti saranno in grado di contribuire a questo mondo, gli altri saranno solo dei consumatori.
Su un altro versante, troviamo chi ritiene che l’educazione può cambiare il comportamento mentale, emotivo, motorio: si afferma che il pensiero può costruire l’intelligenza attraverso delle esperienze di apprendimento mediato. E’ dimostrato, infatti, come degli stimoli esterni adeguati possano produrre dei cambiamenti permanenti e come gli esseri umani, aumentando il loro sistema di bisogni, siano obbligati ad ampliare anche il repertorio di modalità per rispondere a tali necessità. L’elemento che permette di allargare il ventaglio di  esigenze, di rinforzare lo stimolo al cambiamento e di sollecitare nel soggetto una risposta, è l’ambiente.
L’approccio cognitivo di Reuven Feuerstein ha lo scopo di modificare la condizione emotiva della persona per renderla più consapevole dei suoi percorsi mentali e più capace di rispondere alle richieste e difficoltà che il quotidiano le propone.
Un appello, forte e significativo, fatto dal prof. Feuerstein in occasione del Seminario Nazionale svoltosi a Milano il 4/5 marzo 2001 è il seguente:

 “Uomo non credere di possedere l’ intelligenza

ma continua ad apprendere…

…impara ad essere intelligente”

L’intelligenza

La parola < intelligenza > è un termine che va spiegato in quanto ci sono tanti modi di comprensione dello stesso. Etimologicamente la parola vuol dire < leggere tra le righe > e fino a poco tempo fa la si considerava un dono immutabile appartenente ad ogni essere umano fin dalla nascita. Adesso essa viene considerata in modi diversi, la teoria di Feuerstein la definisce come “capacità dell’organismo di modificare le sue strutture mentali per assicurare un migliore adattamento alle realtà mutanti alle quali l’organismo è esposto”.[1] In questa prospettiva Feuerstein inserisce il concetto di intelligenza come caratteristica dell’essere umano che si muove costantemente e che si fonda nella costruzione attiva dell’individuo. Questa costruzione si verifica attivando dei processi mentali generali strutturati che possano essere applicabili ad una molteplicità di situazioni concrete simili per struttura di base e differenti per contenuto specifico. La correttezza e la consapevolezza di tali processi, ossia del modo in cui la mente procede per raccogliere, analizzare, organizzare, elaborare informazioni, sono < requisiti > fondamentali che ogni persona dovrebbe possedere. Questi requisiti si raggiungono attraverso l’aiuto di un educatore che, in un momento iniziale, si frappone fra gli stimoli provenienti dall’ambiente ed il soggetto per poi sparire gradualmente rendendo l’individuo autonomo.
Proprio la mediazione che l’educatore compie prestando attenzione a modalità d’intervento, strutturazione e  attivazione di processi dà il nome a questa figura di < mediatore >. L’interazione mediata è diversa dagli altri tipi di interazione in quanto l’agente è animato da un’intenzione specifica: far percepire, registrare, comprendere e sperimentare in modo cognitivo ed emozionale determinati stimoli, fatti, relazioni, operazioni o sentimenti. E’ possibile oggi vedere, nell’ambito delle neuro-scienze, il cervello all’opera in tempo reale, osservare i percorsi attivi e capire come le diverse strutture cellulari interagiscano tra loro. E’ possibile vedere come dei nuovi comportamenti influiscano in modo diverso e producano un cambiamento permanente. Mantenere il cervello attivo è un modo per mantenere il pensiero e per conservare la nostra vita.
L’attenzione principale, quindi, deve essere posta sul processo che la mente attiva per giungere a delle soluzioni. Un esempio può essere ripreso da una mia esperienza personale di applicazione P.A.S. ad un gruppo di bambini, alcuni appartenenti alla classe terza elementare e altri alla classe quinta.
Si sta lavorando sulla pagina di copertina dello strumento < Organizzazione di punti > e si sono scoperte già diverse cose che ci portano a formulare due principi: ‘Ci vuole tempo per pensare, per recuperare le informazioni ’ e ‘Ognuno ha dei tempi diversi per pensare ’. A questo punto viene chiesto a M. e a S., due bambini della classe terza, di risolvere un’addizione a mente ( 100+100 ) per dimostrare ulteriormente l’enunciato formulato. M. risponde prima di S.
Gli alunni giustificano il fatto sostenendo che M. è più intelligente di S. e per questo ha risposto prima. Se ne discute e si scopre che tutti possiedono un’intelligenza, allora viene chiesta una spiegazione a S. sulla sua risposta data in ritardo. S. dice: “Prima di rispondere ho dovuto pensare al segno + , cosa voleva dire, se aggiungere o togliere. Per questo ci ho messo di più.” Una bambina di classe quinta, St., sostiene anche che loro di classe quinta sono più intelligenti e più bravi dei bambini di classe terza perché hanno il cervello più grande. Si osservano le proprie teste e si pensa a come dovrebbero essere grandi le teste dei nonni; si conclude così che gli alunni di classe quinta hanno più facilità nel risolvere problemi e situazioni perché hanno acquisito una maggiore capacità di elaborare e collegare fra loro le informazioni e le  notizie imparate.

Da questo piccolo esempio si può notare come il mediatore abbia fatto scoprire ai bambini che:

  • ognuno compie dei percorsi mentali propri

  • ciascuno ha dei tempi di elaborazione diversi

  • l’intelligenza non dipende dalle dimensioni della testa ma dalla capacità di ragionamento.

Il mediatore ha creato  nella classe un’Esperienza di Apprendimento Mediato (E.A.M.) attraverso la quale gli studenti hanno potuto riflettere sui passaggi che la mente attiva: aumentando la consapevolezza sul processo è possibile far in modo che si producano dei micro – cambiamenti.Questi ultimi si identificano con delle modificazioni piccole in apparenza ma fondanti per ottenere un miglioramento nell’uso e nello sviluppo della propria intelligenza. Essi si riscontrano, per portare alcuni esempi, nella diminuzione del numero di errori, nella capacità di risolvere un compito utilizzando una strategia di supporto, nella capacità di ridurre l’impulsività e di aumentare il tempo di attenzione e di concentrazione, nella disponibilità ad auto-valutarsi ed essere valutato. I micro - cambiamenti sono significativi in quanto avvengono a livello strutturale e dimostrano che, con un esercizio costante, il ragazzo compie dei passi importanti verso un miglioramento. Tale miglioramento, una volta innescato, è destinato a verificarsi in modo continuativo anche nel futuro: è possibile realizzare, quindi, un modificazione permanente a livello delle strutture cognitive.

La Modificabilità Cognitiva Strutturale

La visione classica a cui siamo abituati è quella che quantifica il livello intellettivo, valuta il prodotto, fa riferimento ad un comportamento cognitivo e affettivo strutturato e quindi stabile. Tralascia il come avviene una determinata cosa e dunque non considera la possibilità di modificazione. La prospettiva di Feuerstein, invece, studia l’organismo nel suo complesso e lo considera flessibile. Gli ‘scogli ’ principali da affrontare quando ci si addentra nelle problematiche sono essenzialmente di tre tipi

  1. eziologici, ossia legati alle cause e alla tipologia del danno;

  2. periodi critici di sviluppo, per cui si considera che esista una fascia di età entro la quale sviluppare determinate abilità; ad esempio il linguaggio parlato deve essere acquisito entro i sette anni altrimenti, se si sviluppa in fasi successive, diventa solo un elemento funzionale;

  3. entità del danno.

Per il prof. Feuerstein questi < scogli > non sono eliminabili ma permane una possibilità di cambiamento, può avvenire una modificazione. Attraverso forme appropriate di intervento, un intervento flessibile, queste condizioni possono rendersi flessibili, ma non esiste una situazione standard poiché ogni individuo ed ogni relazione è unica. Esiste una vasta gamma di ricerche e di successi in questo ambito ma c’è ancora tanto da verificare: si sa che il cervello cambia ma non si sa ancora con precisione che cosa fa cambiare l’essere umano e che cosa cambia il cervello. Certo è che l’intensità dell’intervento, la quantità di ore e la natura delle esperienze svolge un ruolo molto importante.
Le prime occasioni di incontro con alcune affermazioni sostenute da quest’area di pensiero, quali “L’educazione può cambiare i cromosomi” o “I cromosomi non hanno l’ultima parola” mi davano una sensazione di titubanza anche se mi aprivano il cuore per la grande possibilità di vita che avrebbero offerto a tante persone. Poi ho capito, la pretesa non è quella di trasformare l’individuo o di compiere chissà quali miracoli. Tuttavia, è possibile, fornendo degli stimoli adeguati, adottando dei comportamenti che richiedano l’attivazione della persona, considerando l’individuo in modo olistico  congiuntamente ad altre attenzioni che derivano da uno studio e dalla preparazione specifica dell’applicatore P.A.S. (Programma di Arricchimento Strumentale), indurre una “modificazione, stabile nel tempo, della struttura cognitiva, che si riflette in un allontanamento notevole dal corso dello sviluppo del soggetto così come lo determinerebbe il suo contesto genetico e/o neurofisiologico e/o la sua esperienza educativa.”[2]
La cosa più importante che avviene in tutto il processo è il formarsi nel soggetto di una progressiva consapevolezza del Sé: del proprio agire, dei percorsi mentali, dell’emotività, della stima e fiducia nelle capacità possedute, degli apprendimenti e delle relazioni sociali. In altre parole, la meta-cognizione, cioè la consapevolezza del proprio operare, porta l’individuo a controllare e modificare le strutture cognitive. Si tratta di percezione positiva del sé che stimola e attiva capacità che si trovano ad una distanza prossimale.
Questo percorso è favorito dalla presenza del mediatore che conduce l’individuo verso l’auto – regolazione e l’auto – valutazione utilizzando degli strumenti strutturati quali quelli offerti dal Programma di Arricchimento Strumentale (P.A.S.).
Il P.A.S., ossia la parte operativa del Metodo, è formato da quattordici strumenti che presentano degli esercizi mirati allo sviluppo e alla modificazione in positivo delle funzioni cognitive quali la percezione, la regolazione dell’impulsività, la ricerca di strategie,ecc. “L’obiettivo principale dell’arricchimento strumentale consiste nel promuovere la propensione ad apprendere e a essere modificati dagli eventi dell’apprendimento.”[3] Chi promuove tale propensione è appunto il mediatore che offre delle occasioni per imparare caratterizzate da un alto livello di strutturazione e di intenzionalità, queste ‘occasioni’ si definiscono come Esperienze di Apprendimento Mediato (E.A.M.).

L’Esperienza di Apprendimento Mediato

Le caratteristiche principali dell’Esperienza di Apprendimento Mediato ( E.A.M.) si trovano in un tipo di intervento olistico che considera contemporaneamente gli aspetti cognitivi e quelli emotivi, le proposte di variazione del contesto rispetto all’azione (es. lo faccio qui e lo farò in un altro luogo ) che permettono di trascendere, ossia di andare al di là dell’immediato, di generalizzare e di attribuire un significato.
Per dare l’idea della forza di questo intervento, il prof. Reuven Feuerstein, sempre in occasione del Seminario Nazionale del 2001, racconta: “Due anni fa è venuto all’I.C.E.L.P. (International Center for the Enhancement of  Learning Potential ) un giovane senza porzione del lobo frontale: nessuna relazione con l’ambiente, non considerava gli stimoli in ricezione, non riusciva a regolare il comportamento. Si trattava di un ragazzo gioviale, euforico, entrava in Istituto come una tempesta. Dopo diverse  esperienze di apprendimento mediato è diventato una persona amabile e rispettosa, ha voluto andare all’università dove scrive dei saggi interessanti, sa che ha bisogno di aiuti e li mobilita da tutte le parti; soprattutto, ha insegnato a noi il ruolo dell’intensità dell’intervento.”
Trent’anni fa il determinismo biologico era prevalente in ambito psichiatrico e psicologico; Freud aveva incoraggiato il trattamento per isteria e per schizofrenia, ma in linea di massima una persona schizofrenica rimaneva tale per sempre. Oggi si propone la doppia ontogenesi: biologica e culturale.
L’ontogenesi biologica non può essere negata in quanto l’essere umano è considerato una comunità di cellule, la quale determina una certa parte del nostro comportamento e del nostro sviluppo. Ma l’essere umano è rappresentato totalmente dalla biologia?
L’insetto e l’uomo condividono molti degli aspetti genetici, per esempio l’uomo ha solo il doppio dei geni della dosofila. Ciò che ci rende così diversi è la trasmissione culturale, le forme di esperienza di apprendimento mediato vengono trasmesse inter – generazionalmente assieme al tipo di bisogni. Il ruolo dei genitori è fondamentale come agente della trasmissione culturale, il pericolo grande è che essi non si sentano più responsabili di tale trasmissione.
Il fenomeno culturale può cambiare il fenomeno genetico attraverso il modo di pensare e attraverso la strutturazione di nuovi bisogni per il soggetto in questione.
L’individuo, venendo esposto sistematicamente ad una focalizzazione mediazionale, impara ad investire le sue energie e ad interagire direttamente con il contesto che lo circonda. Egli viene, cioè, messo al centro dell’attenzione di più persone che agiscono su di lui mediando e stimolando degli atteggiamenti positivi e attivi. Questi ultimi possono essere esercitati affinché diventino una costante nella vita del ragazzo.
Facendo riferimento al contesto scolastico, si riportano alcuni commenti di alunni di una scuola media del Friuli. Siamo alla fine della classe seconda dove è stato applicato il Programma di Arricchimento Strumentale a ragazzi con alcune difficoltà di apprendimento. L’applicazione P.A.S. avviene con un gruppo di 8/9 alunni per due ore settimanali e inizia nel gennaio dell’anno di frequenza della classe prima. Le aspettative dei ragazzi sono alte, pensano di ottenere subito dei risultati nell’ambito scolastico e, così, dopo il primo mese di lavoro, vanno in crisi. La figura dell’insegnante – mediatore è la ‘ chiave di volta ’ per riprendere fiducia e per avere una visione più ampia della vita e delle sue possibilità.
In qualità di studiosa mi sono recata dalla loro professoressa di italiano e mediatrice P.A.S., Laura Banchig, per capire bene l’organizzazione di tale lavoro e poi ho raccolto delle interviste. Ecco cosa dicono tre alunni dopo il secondo anno di esperienza con il Metodo:

  1. C. (anni 13) ha trovato il metodo molto utile soprattutto perché ora riesce ad organizzare le cose e a seguire un ordine nello studio; anche nel fare le parole crociate inizia dalla parte principale per poi proseguire con il resto. Nota che gli strumenti diventano sempre più difficili e che per lei è stato importante il rapporto con l’insegnante che l’ha incoraggiata e motivata. All’inizio il problema era dovuto al fatto che si demoralizzava quando trovava qualcosa di difficile perché non capiva a cosa le servisse il lavoro che stava facendo. Ora si riorganizza bene il diario con spiegazioni da una parte ed esercizi dall’altra, così le basta un ‘colpo d’occhio’ per individuare il tutto; per lo studio della storia, ad esempio, riesce ad organizzare gli eventi e così per le altre materie. Le piacerebbe conoscere altri strumenti del Metodo perché vede che le cose apprese le tornano utili per la sua vita. Per il momento conosce organizzazione di punti, orientamento spaziale I e confronti: con il primo strumento si stufava ma quando è stato introdotto il secondo le è piaciuto di più. Per lei è stato importante lavorare in gruppo perché c’erano sempre delle idee per risolvere i problemi, se due soluzioni erano divergenti si trovava una spiegazione logica per convalidarle.

  2. F. (anni 13) racconta che hanno ribattezzato il Metodo col nome di Frankestein per sentirlo qualcosa di più familiare. Ciò che F. sente di buono è che ora di fronte ad una consegna rilegge più volte, con più pazienza e meno ansia. Sottolinea che riesce a controllare di più l’ansia e si prende il tempo necessario per analizzare bene la situazione prima di fare qualsiasi cosa. Questo sistema lo ha trovato molto utile a scuola di fronte agli esercizi e alle verifiche, ma anche a casa. Spesso, infatti, succede che faccia dei lavori col padre e che quest’ultimo lasci che il ragazzo si pianifichi e organizzi l’attività. Come dice F., quando chiede al padre come fare lui risponde: “Decidi tu”. F. prende tempo, analizza la situazione e poi la risolve. Ad esempio, un giorno doveva colorare la staccionata, ha preso la vernice, il pennello, un cartone dove appoggiare le assi, ha smontato la staccionata un pezzo alla volta ed ha incominciato il lavoro. Anche lui ritiene che la figura del mediatore sia stata importante perché quando non sapeva come proseguire un esercizio del P.A.S. richiedeva l’intervento di L. che lo indirizzava. Ora cancella meno, riflette e poi risolve con più sicurezza. Vorrebbe continuare con altri strumenti perché ha visto che con quelli che ha fatto è già migliorato sotto diversi punti di vista, quello che ricava sono principi generali applicabili alle situazioni di tutti i giorni.

  3. S. (anni 13) dice: “All’inizio non mi piaceva proprio, ero convinta che non servisse a niente, tutti questi puntini non capivo in cosa potessero aiutarmi.” Importante per lei per continuare ad applicarsi sono state  le rassicurazioni fatte dal padre e dall’insegnante: “mi dicevano di fidarmi, di credere che le modificazioni sarebbero arrivate e che qualcosa già stava cambiando solo che non me ne rendevo ben conto”. Ora S. è contenta di aver lavorato al ‘Frankestein’  e le piacerebbe proseguire con gli strumenti anche se tutt’ora li trova un po’ noiosi.

Le ricadute positive ci sono anche sull’insegnante; infatti, dopo aver imparato il Metodo, L. sente di svolgere il lavoro in modo più professionale, sono sparite le paure del ‘avrò fatto bene, sarà abbastanza, cosa posso fare ’. Questo perché il Metodo dà la possibilità di sviluppare funzioni cognitive, di strutturare il pensiero, di aiutare il ragazzo proprio alle fondamenta del suo lavoro scolastico.
Come si può notare, per attuare una esperienza di apprendimento mediatizzato è necessario coinvolgere gran parte dell’ambiente che circonda il soggetto. Infatti, “l’E.A.M. può apparire in due forme: una diretta, nella quale il mediatore si interpone, talvolta fisicamente, tra il bambino e gli stimoli, indicando, sottolineando, selezionando; una indiretta in cui il mediatore crea le condizioni perché gli stimoli selezionati incidano sul sistema cognitivo del bambino, modellandone la presentazione in modo che determinati elementi vengano recepiti e che le relazioni fra di essi vengano scoperte e apprese. Una combinazione di forme dirette e indirette di mediazione è da noi considerata il modo più efficace di creare la flessibilità della mente e la capacità di auto – modificazione.”[4]

Gli Ambienti Modificanti

E’ molto importante, per la riuscita dell’intervento P.A.S. (Programma di Arricchimento Strumentale), l’esistenza di un ambiente che permetta all’individuo di cambiare e che concorra alla realizzazione della modificabilità cognitiva. Quando si parla di ambiente si intende un luogo dove il soggetto trascorre molte ore della sua giornata, esso può essere la scuola, la famiglia o l’ambiente di lavoro. Perché abbia la funzione di modificare deve però organizzare delle situazioni che producono “una tensione positiva tra ciò che è conosciuto e ciò che deve ancora essere appreso”[5]. Conoscenza e adattamento sono strettamente correlati fra loro, è bene quindi che questo passaggio venga effettuato in un clima sereno, accettante, dove la persona possa avere gli < strumenti > necessari alla riuscita.
Non è sempre facile chiedere che genitori ed insegnanti modifichino degli atteggiamenti che fanno ormai parte del loro ‘modus vivendi’. Sono piccoli accorgimenti, ma è sempre presente una certa resistenza; è capitato, ad esempio, che un genitore avesse l’abitudine di portare in ritardo il figlio a scuola ed entrare poi a parlare con le insegnanti trattenendosi per diverso tempo, quasi ogni mattina. Le insegnanti non interrompevano con un comportamento adeguato questo circolo e il genitore non riusciva a farne a meno per la preoccupazione forte che nutriva nei confronti del bambino perché non si comportasse male, perchè venisse accettato dai compagni, perché, in fondo, si sentiva troppo legato fisicamente e psicologicamente per permettere al figlio di crescere. Era necessario che il bambino avesse uno spazio per acquistare sicurezza e maggior autonomia, sentisse che i genitori gli davano fiducia e lo lasciavano agire da solo, ricevesse dei rinforzi del senso di competenza. Egli, cioè, non doveva lottare contro i problemi ma doveva attivare un modo positivo di ricerca per la soluzione delle difficoltà quotidiane.
In questo delicato processo di modificazione, è insostituibile il ruolo del mediatore. Feuerstein spesso ricorda la favola di < l’ago e il filo > perché essa trova un’applicazione diretta al Mediatore e al Metodo. Infatti, la teoria sul P.A.S. è il < filo > che unisce i pezzi della trama, ma < l’ago > è la forma in cui il programma si usa, l’ago dipende dalla mano del mediatore. Che cosa può tessere il filo se l’ago non apre il cammino? Quello che non funziona in molti metodi è il pretendere di arrivare agli altri senza che il maestro si modifichi. Feuerstein afferma la necessità che il mediatore venga formato affinché i suoi strumenti non corrano il rischio di essere un programma di intrattenimento, teme che molti insegnanti cadano nell’< esercitazione >. Ci sono componenti, criteri, credenze che devono equipaggiare il mediatore. Feuerstein è sicuro che gli insegnanti possano cambiare, diversamente corrono il pericolo di essere loro stessi vittime del ‘contrabbando’ che denunciano.
Concludendo, la conoscenza e l’adattamento hanno una stretta relazione fra loro come organizzatori dell’organismo dell’individuo. Una persona adattata opera con maggior sicurezza perché ha interiorizzato un’immagine positiva di se stessa.

 

[1] Feuerstein R., L’esperienza dell’apprendimento mediato, estratto da Enseigner, Apprendre, Comprendre. Sous la direction d’Alain Bentolila. Les entretiens Nathan, 1994, p.83.

[2] Feuerstein R., Krasilowsky D., Rand Y., La modifiabilitè pendant l’adolescence: aspects teoriques et donnèes empiriques, Gerusalemme, Hadassah Wizo Canada Research Institute, 1978, p. 245

[3] Feuerstein R., Non accettarmi come sono, Milano, 1995, p.229

[4] Feuerstein R., Rand Y., Rynders J., Non accettarmi come sono, Milano, 1995, p.93

[5] Feuerstein R., Non accettarmi come sono, Milano, 1995, p. 262


Katia Fontana è un'insegnante di scuola elementare, dal 2001 titolare presso l'aula didattica  di scuola in ospedale presso il reparto di Pediatria del S. Chiara di Trento, dipendente dalla Direzione Didattica di TRENTO VI.
Laureata in lettere e filosofia con una tesi pedagogica dal titolo "Educazione del pensiero - L'apprendimento mediato in R. Feuerstein" nel 2000 presso l'università di TN, è formata al P.A.S. e abilitata ad applicarlo con diploma concesso dall'Hadassah -  Wizo Canada Research Institute, Jerusalem, e dall'Instituto Superior S.Pio X, Madrid.
Ha utilizzato questo programma sia in ambito educativo all'interno della scuola sia da un punto di vista terapeutico con soggetti disabili.
Ha partecipato al I° Workshop di formazione Learning Propensity Assessment Device (LPAD) Basic ed è stata relatrice  in corsi di
Aggiornamento.
Cultore della materia  presso la Cattedra di Didattica Generale, Università degli Studi di Trento, facoltà di Lettere,ha pubblicato il saggio: "E' possibile sviluppare l'intelligenza in ogni età e condizione?" in La scuola dei talenti, ed. Franco Angeli,Milano, 2002.

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